Siamo salvi
Il senso della morte si è manifestato in me insieme al senso del denaro. Qualche anno fa, il primo ha risvegliato il secondo, di cui fino a quel punto mi trovavo completamente sprovvisto.
Col tempo, è probabile che il senso del denaro viri verso un amore puro e incondizionato, trasformando il senso della morte in un genere di paura altrettanto pura. Purissima.
Cosa c’entri tutto questo con la comunicazione è presto detto: la comunicazione è strettamente imparentata con l’affabulazione (diciamo che ne è la zia rimasta zitella, forse sterile, forse no). L’affabulazione, il raccontarci storie, è il modo con cui come esseri umani rinviamo il momento della fine.
Non il pensiero: ma proprio il momento, della fine.
La comunicazione odierna, fatta di flussi infiniti che scorrono su schermi verticali, è l’ideale per chi voglia ingannare la morte. Abbiamo storie e notizie per sempre. Le mille e una notte diventano notti infinite. La serva, noi servi, vivremo in eterno.
Siamo salvi.
Allora perché ci svegliamo nel cuore della notte in preda a pensieri di morte?
Perché portiamo ovunque la morte, lontano da noi? In terre straniere, che non batteremo mai. Negli altri stranieri, che non incontreremo mai.
Inorridisco di fronte ai video dei profili ufficiali della Casa Bianca sulla guerra in Iran. La macarena. Iron Man. Deadpool. Halo. Superman. Tutto ciò che ho amato diventa propaganda, dunque simbolo di morte.
Il punto non è smettere di amare la cultura popolare venuta dagli USA dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Il punto è portarci dentro la morte e ammettere esplicitamente che quella era una cultura di morte.
Come si può amare la morte? Aprire il telefono, andare su Instagram, insomma nei posti in cui andiamo di solito per evitare il pensiero della morte, e trovarla incistata nelle cose che abbiamo amato?
Ma senza che sia poi una cosa concreta, questa morte. Non un cadavere, non un corpo freddo da vestire, lavare, chiudere nel legno e accompagnare al cimitero tra bande che suonano Requiem e Ave Maria.
Un altro punto: come può la comunicazione istituzionale di un Paese come l’America (e per estensione quella di tutto l’Occidente) tornare a essere credibile dopo che è stata completamente appiattita sul gusto medio di un adolescente che fa shitposting per trollare gli adulti?
La comunicazione politica e la propaganda devono talvolta insistere su un certo cinismo. È inevitabile. Ma la comunicazione istituzionale (e in generale quella pubblica) dovrebbero temperare questo cinismo. Dovrebbero garantire tutti, ricordare che il destino di un Paese non è legato a quello di un singolo (leader o governo), che in qualche modo ci sarà un prosieguo. Questa dovrebbe essere l’idea.
La speranza.
Tuttavia questo temperamento, direi più distaccato che sobrio, al giorno d’oggi non è molto apprezzato (non solo in comunicazione). Sono meglio tollerate e anzi incoraggiate spregiudicatezza, crudeltà e un totale disinteresse verso la possibilità di dimostrare l’età mentale, appunto, di un tredicenne.
Che è l’età in cui non si ha per nulla non solo il senso, ma anche la paura della morte. Giustamente.
Pertanto: forse sono io quello che sbaglia, forse sbagliano tutte le persone che ne hanno le scatole piene della mancanza di senso del ridicolo come del tragico, degli adulti nella stanza che vogliono restare eterni bambini, irreali…
(Vietiamo i social ai minori per utilizzarli noi adulti, come dei bambini?)
Forse, dicevo, sarebbe auspicabile lasciarsi andare all’ebbrezza dei racconti di successo, delle spiagge assolate, delle sale da ballo d’oro e d’argento… Scommettere in borsa sulla prossima crisi, com’è successo col Venezuela e anche con l’Iran, e trarne vantaggio: ecco i soldi a palate, ecco la vita eterna.
Scrivo queste righe al volo, per la maggior parte sul telefono, per la necessità di scrivere. Non ci metto nemmeno un’immagine di copertina né un sottotitolo, in questa puntata; volevo solo scrivere: anche questo è un modo per allungare la vita. Almeno la mia.


